Diego è nato in un’epoca dove arruolarsi è un dovere. Rimpatriato con onore dalla guerra d’Etiopia, si ricongiunge con il fratello a Nizza dove ha rilevato una serra. Qui incontra Lola, un’affascinante ballerina argentina. Con lei conosce il Tango e il ricordo del loro amore lo accompagnerà a lungo. Al suo ritorno a Sassuolo, un’altra donna incrocerà il suo destino e insieme vivranno gli eventi  dell’ 8 Settembre 1943, che porteranno Diego ad unirsi alla Resistenza, fino al giorno della liberazione.

Il campo di papaveri

Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 162 pagine
  • Editore: Il Fiorino
  • ISBN-13: 978-8875497088
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Primo capitolo

PROLOGO

 

 

 

Febbraio 1924

 

Faceva freddo la mattina della loro partenza, sbuffi fumanti uscivano dalle froge del grosso cavallo baio, che aspettava paziente. Diego era l’ultimo di cinque figli, aveva otto anni e ciò che restava della sua famiglia stava per separarsi da lui. Dopo avere caricato le loro poche cose sul carro, Eugenio lo abbracciò raccomandandogli di comportarsi bene e Margherita lo prese tra le braccia «Non piangere, piccolino, ti lasciamo con il signor Pietro e la sua bella famiglia, ti tratterà come un figlio vedrai, appena ci saremo sistemati ti manderemo a prendere, stai tranquillo» disse con dolcezza e gli asciugò gli occhi tentando di consolarlo. Lui la strinse forte inspirando il profumo dei lunghi capelli, imprimendoselo per sempre nella memoria, lei lo baciò su entrambe le guance e, salita sul carro, se ne andò con Eugenio, girandosi ancora una volta a salutarlo con la mano. Pietro viveva a San Michele, un piccolo paese pedemontano in periferia di Sassuolo, una manciata di case addossate le une alle altre tra le quali spiccava alto il campanile della chiesa. Poco distante, l’edificio più grande era la scuola elementare, mentre, ad est, il fiume Secchia scorreva portentoso. A Pietro piaceva Diego, sapeva che era buono, gli aveva dato ospitalità qualche volta, quando il commerciante che gli faceva da tutore partiva per affari e lo lasciava molti giorni da solo. Certo, era una bocca in più da sfamare, ma sua moglie gli aveva dato solo femmine e quel ragazzo era robusto, sarebbe diventato un uomo forte. Lo avrebbe tirato su bene e ne avrebbe fatto un bravo fattore, e poi a dirla tutta, gli faceva una gran pena. Nella casa vicina abitava una famiglia numerosa, il più piccolo dei fratelli aveva due vivaci occhi nocciola, i capelli ritti sulla testa e le gambe scarne, perennemente sbucciate. Si chiamava Riccardo Corti ed aveva cinque anni. Quando vide passare il carro con Margherita ed Eugenio, corse fuori scorgendo Diego, che con aria affranta salutava con la mano. Sollevò le mani anche lui e salutò finché il carro non sparì dalla loro vista. Rimase ad osservare Diego che, con le braccia lungo i fianchi, stringeva i pugni determinato a non piangere. Si avvicinò con le mani in tasca e non sapendo cosa dire, scelse di rimanere in silenzio, dando piccoli calci ad un cumulo di neve non ancora dissolto. Diego lo sbirciò con la coda dell’occhio «Che vuoi?» chiese continuando a guardare la strada ormai deserta. «Niente, volevo solo vedere che faccia avevano i tuoi genitori» rispose Riccardo. «Sono morti, quelli sono i miei fratelli che stanno andando in Francia» replicò piuttosto infastidito. «E ti hanno lasciato qui?» chiese Riccardo indicando la casa di Pietro. «Non lo vedi?» gridò sulla faccia infreddolita di Riccardo «Mi hanno lasciato qui e chissà per quanto tempo!» «Spero che questo Pietro non mi bastoni» aggiunse incamminandosi imbronciato verso casa. «E tu fatti furbo, non dargliene motivo!» gridò alle sue spalle Riccardo. Diego si girò a guardare quel bambinetto, sembrava avere tutte le risposte, forse non sapeva che si poteva sempre trovare un motivo per bastonare qualcuno. Pietro era un uomo buono, ma da adesso in poi gli avrebbe fatto da padre e questo era già un buon motivo.

 

 

 

1

 

IL FUTURO IN UN BAULE

 

 

Maggio 1938

 

L’ultima lettera di sua sorella riferiva che stavano bene, si erano stabiliti a Nizza sulla costa francese. Con qualche difficoltà avevano dovuto imparare la lingua e la piccola serra che avevano rilevato cominciava a dare i suoi frutti con l’aiuto prezioso di Xavier, che, già esperto di floricoltura, era diventato loro socio. Eugenio si era sposato con una ragazza francese di nome Sylvie, presto avrebbe potuto raggiungerli e vivere con loro. Margherita chiudeva sempre così: «Presto potrai venire da noi» ma non diceva mai quando. Pietro gli aveva ricavato una stanzetta nel fienile, piccola ma pulita, abbastanza vicina al casolare dove viveva la famiglia, ma abbastanza lontana dalle sue tre figlie. Si comportava bene, era il figlio maschio che non aveva mai avuto, lavorava, era rispettoso ed educato, ma era anche un gran bel ragazzo, simpatico e dotato di un’intelligenza vivace, doti che facevano di lui un autentico pericolo per ogni donna che gli si avvicinava. Piaceva innegabilmente alle donne e loro piacevano a lui. A Pietro non era sfuggito come le sue figlie, crescendo, avessero mutato il loro atteggiamento nei confronti di Diego. Il giovane sentiva il suo sguardo perforargli la nuca mentre lavorava vicino a Marta o quando aiutava Luisa a raccogliere legna da ardere per l’inverno; sapeva che non si fidava fino in fondo di lui, lo trattava bene ma c’era una corrente sotterranea tra loro, come se l’uomo aspettasse un suo passo falso, offrendogli l’occasione di dimostrargli che non si era sbagliato.

Diego passava molto del suo tempo libero con i cavalli di Pietro, ormai era bravissimo ad occuparsi di loro. Gli piaceva in particolare passeggiare nella natura in groppa a Nerone, un cavallo esuberante, impegnativo da gestire in quanto stallone, ma Diego sapeva come fare, lo aveva imparato a forza di essere disarcionato, quando, armato di tutta la determinazione, non si lasciava intimorire e risaliva in sella. D’estate lavorava instancabilmente nei campi sotto il sole cocente, e la sera andava con Riccardo in paese ad incontrare gli amici, o a tuffarsi nel fiume. Da sempre l’amico d’infanzia considerava Diego molto fortunato ad avere intorno belle ragazze come Marta e Luisa, che di solito facevano a gara per portargli il pranzo. Quel giorno in particolare faceva caldo. Diego aveva sete, si era tolto la camicia e si era arrotolato i pantaloni fino al ginocchio. Non appena le vide arrivare, andò loro incontro con un sorriso di gratitudine. Quando sorrideva, si formavano agli angoli della bocca due piccole fossette, che le ragazze trovavano alquanto adorabili. «Finalmente! Che c’è nel cestino?» esordì Diego felice di vederle. «Pane, uova sode, formaggio, acqua e vino freschi» rispose Luisa. «Che fame! Ma prima l’acqua!» Così dicendo, Diego si portò la bottiglia alla bocca e bevve lunghe sorsate, si versò l’acqua sui palmi, si sciacquò il viso, le mani, e tenne l’ultimo sorso per inumidirsi i capelli. Aveva la pelle abbronzata e gli occhi verdi come le foglie d’estate. Era sempre compiaciuto di come lo guardassero le ragazze, proprio come ora, sorridenti e con il cestino del pranzo dimenticato in mano. Non era mai riuscito a considerarle come sorelle, tranne Anita, la più piccola. Lei era una vera peste, lo seguiva ovunque, lo martellava di domande su tutto quello che faceva, aveva occhi e orecchie per qualsiasi cosa succedesse, e lui si era particolarmente affezionato a quella vivace bambina che non stava mai zitta. Luisa, la secondogenita, era timida, molto affezionata alla madre Lina. Marta, invece, era la più bella, alta quasi quanto lui, occhi celesti, capelli biondi e seni grandi che catturavano inevitabilmente la sua attenzione. Cercava sempre di sbirciarli da sopra quando era seduta a mungere le vacche, lei se ne accorgeva ma non cercava di evitarlo. Si era accorto che faceva in modo di restare sola con lui ad ogni occasione, poiché spediva Luisa con una scusa a prendere qualcosa in cucina o le assegnava lavori che la tenessero lontana il più a lungo possibile.

Un mattino come tanti, mentre preparava gli attrezzi per andare nei campi, Anita lo chiamò a gran voce: «Diego, sbrigati! Il postino dice che all’ufficio postale è arrivato un baule con sopra scritto il tuo nome e arriva dalla Francia!» gridò la bambina entusiasta della novità «Che ci sarà dentro? Posso venire con te?» «Va bene, corri a dirlo a tua madre, mentre attacco il cavallo al carro». Anita non se lo fece ripetere due volte e ritornò di corsa qualche minuto dopo, con in testa un cappello di paglia per il sole, arrampicandosi vicino a lui sul sedile del carro. Durante il breve tragitto, lo tempestò di domande e lui fu contento di arrivare all’ufficio postale. Era curioso circa il baule, da oltre un anno non riceveva notizie dalla Francia e non sapeva più cosa pensare. L’impiegato postale era un uomo magro sulla quarantina con pochi capelli, che lo salutò con enfasi, dato che l’arrivo di un baule dalla Francia, in un paesino così piccolo, non era certo cosa di tutti i giorni. «Firma la ricevuta ed è tutto tuo! Cosa ci sarà dentro?» L’ometto tratteneva a stento la curiosità. «E’ imballato per bene, eh? Non scherzano mica questi francesi, chi te l’ha spedito aveva premura che arrivasse tutto intero e bello chiuso, non c’è che dire! Vuoi che ti aiuti ad aprirlo?» «No, grazie, faccio da solo» rispose Diego e, ignorando l’espressione delusa dell’uomo, issò in spalla il baule senza fatica uscendo dall’ufficio postale seguito da Anita. «E’ pesante?» chiese lei «Per niente» rispose sistemandolo sul carro e, con un movimento delle redini, spronò il cavallo perché arrivasse a casa più in fretta. Portò il baule nella sua stanza, rispedì Anita da sua madre non senza fatica, promettendole che le avrebbe mostrato il contenuto, ma ora voleva rimanere solo, era troppo tempo che non aveva notizie e voleva ritagliarsi un momento tutto suo per sentirsi vicino ai suoi cari. Sciolse con cura lo spago, che tratteneva il sigillo di ceralacca e, dopo averlo rotto, sollevò il coperchio. Spostato il materiale d’imballaggio, si sorprese ad ammirare una dozzina di cappellini femminili. Immaginò fossero alla moda francese, dato che non ne aveva mai visti di così belli. Alcuni avevano delle piccole piume fissate sul lato, ma uno in particolare attrasse la sua attenzione. Era il più bello di tutti, a tesa larga di un bel velluto verde caldo. Sul davanti aveva come ornamento un ricamo dorato a trattenere un velo dello stesso colore, che ricadeva all’indietro morbido come una nuvola. Si accorse che sul fondo del baule c’era una lettera sigillata anch’essa con la ceralacca. L’aprì impaziente e tra le mani si trovò, oltre alla lettera, una fotografia di sua sorella Margherita, talmente bella ed elegante che stentò a riconoscerla. Era ritratta leggermente di profilo, indossava un tailleur con il collo di pelliccia e il cappello che lui aveva appena tenuto tra le mani, un filo di perle scendeva annodato verso la curva morbida del suo seno. Trovò strano che fosse Eugenio a scrivere, si sedette sul letto e lesse.

 

Caro fratello, purtroppo ti porto brutte notizie di Margherita. Il giorno 6 del mese di Marzo è morta di tisi, una terribile malattia polmonare. Sappi che ti ha pensato sempre e in punto di morte mi ha chiesto di prendermi cura di te. Ti ha mandato i suoi risparmi in modo che ti potessi pagare il viaggio fino a qui. Io ti aspetto e quando verrai sarai a casa tua e andremo insieme sulla tomba di Margherita. So che, a causa del regime fascista,non ti è possibile espatriare, ma puoi comunque arrivare con il treno fino a Ventimiglia. Alla stazione cerca di non dare nell’occhio e chiedi di Iris, lei ti aiuterà. Paga quanto chiede, e ti farà passare il confine via mare. Io ti aspetterò davanti alla stazione del treno su terra francese. Manda un telegramma alla tua partenza. Ti aspetto.

Eugenio.”

 

Seguivano poi alcune indicazioni per riscuotere il denaro presso l’ufficio postale e l’indirizzo francese dove Eugenio e Sylvie avrebbero atteso il telegramma del suo arrivo. Era allibito, Margherita era morta, anche lei lo aveva lasciato. Accarezzò la fotografia di sua sorella, la rigirò e sul retro lesse la dedica:

 

Ho mantenuto la promessa: in qualche modo ti ho mandato a prendere, alla fine. Non ci sarò a riceverti, ma sarò sempre con te, piccolino” Margherita

 

Guardò di nuovo l’immagine della sorella, poi i suoi occhi si posarono sul contenuto del baule, era dunque questo ciò che restava di lei? Qualche vecchio cappello e una fotografia? Come aveva vissuto in Francia lontano da lui? Con chi aveva diviso le sue giornate e i suoi sogni? Chi l’aveva fatta ridere o arrabbiare in questi anni? Chi aveva fatto battere il suo giovane cuore? Pensò che tutto era perduto ormai. Prese il cappello di velluto verde, istintivamente lo portò al viso e chiuse gli occhi. L’aveva quasi del tutto dimenticato, ma per fortuna un delicato effluvio era rimasto intrappolato nella trama della stoffa. Il sapore delle sue lacrime si mescolò al rimpianto della sorella tanto amata e al profumo dei suoi capelli. Forse era proprio per questo che lei aveva deciso di mandargli i suoi cappellini, perché se ne ricordasse di tanto in tanto. Quella notte dormì poco e male, si svegliò madido di sudore e faticò a riprendere sonno, in preda ad una forte agitazione circa il da farsi. Avrebbe dovuto espatriare da clandestino, cercando una donna di cui non sapeva nulla, che lo portasse sulla sponda francese. Se qualcosa fosse andato storto, lo avrebbero rinchiuso nelle patrie galere. «Quando verrai, sarai a casa tua» gli aveva scritto suo fratello, ma in realtà era la casa di Eugenio e dove aveva vissuto negli ultimi quattordici anni era la casa di Pietro. Era dunque destinato a sentirsi sempre un ospite? Aveva voglia di riabbracciare il fratello e anche di portare un fiore sulla tomba di Margherita, al tempo stesso, però, si era affezionato a Marta e Luisa e soprattutto alla piccola Anita a cui avrebbe sicuramente dato un dispiacere allontanandosi. Si alzò dal letto sbuffando, fuori era buio pesto. Prese dal tavolino la fotografia di Margherita guardandola ancora, lesse di nuovo la dedica sul retro, pensò che grazie a lei aveva l’opportunità di scegliere cosa fare: le aveva mandato i suoi risparmi e lui poteva disporre della sua vita. Si sdraiò con la fotografia tra le dita e si riaddormentò un poco più sereno, dato che aveva finalmente preso una decisione.

Il mattino seguente andò all’ufficio postale per sapere come riscuotere il denaro e l’ammontare della somma lo lasciò stupefatto. Poteva essere l’anticipo per comprare una piccola casetta. Era giovane e forte, con un fazzoletto di terreno e qualche attrezzo per lavorare i campi, avrebbe velocemente coperto il debito per intero e sarebbe stato proprietario di casa sua. Il destino avverso gli aveva tolto Margherita e ora, grazie a lei, aveva questa nuova possibilità. Sì, avrebbe fatto tutto questo, ma sarebbe andato a ringraziarla di persona, glielo doveva. Prelevò il necessario per pagarsi il viaggio e comprarsi un vestito, completo di cappello e scarpe nuove. Quando arrivò a casa, un nodo gli strinse la gola, doveva dirlo a Pietro e soprattutto ad Anita. La bambina sentì il rumore del carro sulla ghiaia del cortile e corse fuori spinta dall’impazienza. «Ma dove sei stato? E’ da stamattina presto che manchi!» «Anita, devo partire» Diego si accovacciò per guardarla negli occhi «Vado in Francia da mio fratello» «Perché?» chiese lei con il labbro inferiore leggermente imbronciato. «Mia sorella è morta, voglio vedere la sua tomba» «Vengo con te!» «No, cara, non puoi, è un viaggio troppo lungo per te» «Quanto tempo starai lontano? Tornerai?» Facevano tenerezza le sue domande, in quel modo tipico dei bambini di porle cosi dirette. «Non so quanto tempo ci vorrà, ma tornerò di sicuro, te lo prometto, e la prima persona che cercherò sarai tu» la rassicurò dolcemente. Anita lo guardò negli occhi un momento, come a cercare conferma delle sue parole, poi gli sorrise e gli prese la mano. «Lo hai già detto agli altri?» «No, solo a te». «Mi porti un regalo?»

«Certo, tesoro» «Allora andiamo» e s’incamminarono verso casa. La fiducia che gli riservava quella bambina lo commuoveva, gli ricordava se stesso, aveva la stessa età quando i suoi fratelli erano partiti con l’intento di ritrovarsi. Lui stava facendo ad Anita la medesima promessa: avrebbe riabbracciato il fratello, onorato la memoria di sua sorella e sarebbe tornato. Non avrebbe permesso che Anita attendesse invano il suo ritorno, com’era successo a lui con Margherita tanti anni prima, pensò tenendo la bambina per mano e rientrando in casa.

La più sconvolta era senz’altro Marta, durante il colloquio che Diego aveva avuto con la famiglia, era rimasta zitta in un angolo, le braccia conserte e lo sguardo arrabbiato fisso su di lui. Il ragazzo aveva espresso gratitudine per ciò che aveva ricevuto da Pietro e dalla sua famiglia, ma era fermo nella sua decisione. Sarebbe rimasto il tempo necessario per aiutare con il raccolto, poi nulla lo avrebbe trattenuto oltre, voleva andare. Mentre caricava gli attrezzi da lavoro sul carro, vide Marta, cercò i suoi occhi, ma lei corse via e a lui parve che stesse piangendo. Anche Pietro vide la stessa cosa e non gli piacque, incalzò Diego perché si sbrigasse ad andare al lavoro. Nei giorni seguenti, il giovane lavorò nei campi come promesso, pensando spesso a come sarebbe stato il viaggio che stava per fare. Chi avrebbe incontrato? Cosa avrebbe visto? L’idea lo entusiasmava, si augurava soltanto un po’ di fortuna che, come diceva la signora Lina, non guastava mai. Luisa ed Anita erano contente della novità e gli avevano fatto promettere regali e di scrivere spesso. Marta, invece, era sempre di cattivo umore e cercava invano di fargli cambiare idea. Quando finalmente, a Giugno inoltrato, l’ultima giornata di lavoro terminò, Diego sedette a tavola con gli altri e parlò con Pietro dei dettagli del viaggio imminente.

«Per tutti Diego andrà in Piemonte a casa di un parente, nessuno deve sapere che è espatriato» esordì Pietro «Se trapelasse la verità, per noi sarebbero guai seri. Siamo d’accordo?» Passò con lo sguardo uno per uno i suo famigliari assicurandosi che avessero capito «Ti accompagnerò io in città alla stazione del treno, così potrò salirci sopra prima che parta» disse ridendo «Non mi sono mai mosso da qui, e il treno l’ho visto partire e ritornare, ma non l’ho mai preso». «Sono preoccupato» aggiunse Diego « Mi chiedo come potrò attraversare il confine». «Allora non andare» intervenne Marta «Non sei costretto se non vuoi». «E smettila di fare la lagna!» tuonò suo padre «Lo sai perché vuole partire, no? Ormai è un uomo e può decidere del suo futuro!». Marta sparecchiò la tavola in silenzio evitando lo sguardo di Diego. Lui prese Anita per mano e uscì diretto verso il recinto per salutare Nerone. La serata era calda, rischiarata dalla luna piena e Diego, di ritorno dalla casa di Riccardo per gli ultimi saluti, raggiunse il suo alloggio, si sfilò la camicia e si rinfrescò con l’acqua del catino. Poi prese la fotografia della sorella e la ripose con cura nel taschino del vestito nuovo. Stava ancora provando ad addormentarsi, quando udì un rumore di passi veloci, poi la porta della sua stanza si aprì e Marta entrò furtivamente richiudendosela alle spalle. «Perché sei qui, Marta?» chiese lui alzandosi dal letto. «Parla piano» disse preoccupata «Se ci sente mio padre, sono guai» «Non va bene che stai qui di notte con me, lo sai vero?» «Lo so e non va bene che tu parta senza di me» e, così dicendo, si avvicinò a lui nella semioscurità.

Era bellissima con i capelli biondi sciolti sulle spalle e lui allungò una mano per toccarli. «Non fare la bambina, non posso portarti con me, non so neppure cosa mi aspetta, figurati se ho voglia di preoccuparmi anche di te. E poi, scusa, dimmi, perché mai dovresti venire anche tu?» chiese Diego divertito all’idea. «Perché sei cieco e anche stupido, se non ti sei accorto che sono innamorata di te» La voce di Marta aveva una nota di disperazione che lo lasciò incredulo. Possibile che le attenzioni della ragazza fossero dettate dall’amore? Non sapeva dirlo, lui le donne le aveva desiderate e conquistate, ma l’amore non lo conosceva, non ancora. Lei approfittò del momento, si appoggiò al suo petto invitandolo a ricambiare l’abbraccio e lo baciò. «Ti prego, portami con te» sussurrò Marta slacciandosi lentamente i bottoni della camicetta. Diego era catturato da tanta bellezza «Che stai facendo? È sbagliato» disse lui senza troppa convinzione. Lei lo abbracciò ancora, stavolta pelle contro pelle. Diego rimase sorpreso, non aveva mai abbracciato in quel modo Marta e lo trovò molto piacevole. La baciò dapprima dolcemente sulle labbra, poi più profondamente, liberandola definitivamente della camicetta. All’improvviso si fermò, tenendola per i fianchi lontana da lui. «Non posso portarti con me, Marta, sii ragionevole». «D’accordo» disse lei zittendolo con un bacio. «Ma posso darti un buon motivo per tornare a casa, ti prego non respingermi stanotte». La porta si aprì lentamente e la sagoma di Pietro apparve nera e minacciosa nel riflesso lunare. «Fuori di qui!» ruggì rabbioso verso Marta indicandole la porta. Lei raccolse la camicetta e scappò via in lacrime. «Da quanto tempo va avanti questa storia?»

«Non c’è nessuna storia, te lo giuro» affermò nervosamente Diego mentre un brivido gli attraversava la schiena e temendo la reazione di Pietro, fece istintivamente un passo indietro. «Non so che le è preso stasera, vuole venire con me in Francia». «Non se ne parla nemmeno, sono stato chiaro?» Il tono di Pietro non ammetteva repliche e Diego annuì in silenzio. «Forse è un bene che tu te ne vada, almeno per qualche tempo». Pietro se ne andò e Diego si buttò sul letto, ancora scosso dagli avvenimenti.

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